Dinamitiamo la comunità!

✍︎ Nasaccio ⊻

Una volta era l’ecologia, ma ho l’impressione che da qualche tempo un nuovo tema stia venendo alla ribalta: la comunità. Se ne sente parlare ovunque, anche su Radio Onde Furlane… Complimenti alla cooperativa Marimê per la sua nuova trasmissione, ma non mi chiamerei Nasaccio se non fiutassi anche questa volta nell’aria un odore di bruciato che mi obbliga moralmente a lanciare un segnale d’allarme.

Mi sembra che entrambi i temi – ecologia e comunità – vengano trattati allo stesso modo: partendo da idee di base che sembrano vere e sincere, ma che in realtà sono fortemente influenzate dall’ideologia.

Incominciamo dall’ecologia. Chi crede di parlarne, il più delle volte parte dalla seguente contrapposizione: da un lato ci sarebbero gli esseri umani e dall’altro il resto degli esseri viventi che noi maltrattiamo. L’ecologia si proporrebbe di studiare questa relazione e, se possibile, di fornire una soluzione all’Antropocene.

Tutto ciò sembra ragionevole. Sarebbe anche molto bello se, sfortunatamente, non fosse assolutamente demenziale. Innanzitutto, non ha alcun senso distinguere gli esseri umani dal resto della natura. Noi siamo un prodotto della natura esattamente come lo è un batterio – per inciso, perché continuiamo a insegnare ai bambini una classificazione degli esseri viventi ormai completamente superata?

Probabilmente scandalizzerò qualcuno, ma, a ben pensarci, anche la bomba atomica non è altro che il risultato di un processo naturale. La natura, a quanto pare, contiene in sé l’agente della propria apparente distruzione!

Passiamo alle nostre comunità. Qual è il mantra di chi parla di comunità? Sinceramente, la frase che sento più spesso è che bisognerebbe ricostruirle. Questa affermazione implica due cose importanti: in primo luogo, che le comunità sarebbero state fiorenti in un glorioso passato e, in secondo luogo, che oggi sarebbero morte o navigherebbero in cattive acque.

Dove si nasconde l’errore?

Secondo me in entrambe le affermazioni. Prima di tutto, non sono mai esistite nel passato comunità sane e felici. Si tratta di un mito moderno e chiunque abbia parenti emigrati nella propria famiglia lo sa. L’emigrazione non era solo il risultato di fattori economici, era anche una via di fuga dalle soffocanti dinamiche sociali di queste famose comunità che tanto faticosamente stiamo cercando di ricostruire.  

In secondo luogo, è assolutamente falso pensare che non ci sia più una vita sociale, che quest’ultima sia caduta vittima della televisione, di Internet e, ovviamente, dell’orribile telefono cellulare. Non è piuttosto vero il contrario?

Pensateci bene: ogni giorno siamo sottoposti ad almeno otto ore di interazione sociale forzata: i bambini a scuola, gli adulti al lavoro, sui mezzi di trasporto, a fare la spesa: nessuno è esente, nemmeno gli anziani.

Il rito della buona educazione tiene in piedi il sistema ma, come diceva Lao Tzu, «il sommo rito agisce e se non viene corrisposto si denuda le braccia e trascina a forza». È proprio questo il problema: viviamo sotto costrizione! Citando ancora Lao Tzu, «perduto il Tao venne poi la virtù, perduta la virtù venne poi la carità, perduta la carità venne poi la giustizia, perduta la giustizia venne poi il rito: il rito è labilità della lealtà e della sincerità e foriero di disordine».

Fotogramma dalla scena finale del film Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni

Eccoci dunque immersi nella socialità, in comunità che non abbiamo scelto, costantemente sull’orlo della violenza liberatrice, del caos, ed ecco la nostra colpa: cercare goffamente di mettere a riposo il cervello appena possiamo, quando torniamo a casa.

A questo riguardo, vorrei anche sfatare l’idea secondo la quale i nostri paesi, i nostri vicini siano oasi di pace, comunità scelte. Personalmente non ho scelto i miei vicini, che non sono necessariamente persone con cui desidero trascorrere il mio tempo libero. Parlo per me, ma molti si riconosceranno in questo, come ben testimoniano gli archivi della polizia: le guerre personali, come quelle tra stati, si combattono principalmente tra confinanti.

Come dare allora un po’ di tregua al cervello? Beh, semplicemente scappando.

L’emigrato ha trovato in un nuovo paese, in una nuova città, quel rinfrescante anonimato che mette le ali perché nelle nostre comunità, non illudiamoci, siamo giudicati soprattutto in base a pregiudizi, al nostro passato, o peggio, a un passato che a volte non ci appartiene nemmeno, quello delle nostre famiglie.

Mi rifugio quindi su Internet in una comunità che mi sembra di poter scegliere e non vado alla presentazione del libro, il cui titolo è già di per sé sinonimo di noia.

So che cosa state pensando: la mia fuga è un’illusione, le persone dietro al mio sito web preferito sono all’opera per controllarmi. Avete ragione.

C’è effettivamente bisogno di qualcosa, e ora che abbiamo sgombrato il terreno facendo saltare in aria i miti fondatori possiamo finalmente parlare di comunità o di ecologia.

Mi sembra che questo terreno si chiami politica!

  1. Salve Nasaccio-
    grazie per il tuo contributo, che hai già dato più volte in passato al ns blorum.
    Con piacere pubblico alcune note al tuo scritto, e voglio anche cogliere l’opportunità di assicurarti su un aspetto da te sottolineato:
    1. ideologia, mantra, comunità, ricostruzione, ecologia, inclusione…alcune delle parole che sicuramente nel recente sono state oggetto di omologazione da parte del pensiero unico (esso stesso oggetto di omologazione, vorrei aggiungere…), ma io rivendico il diritto di poterle utilizzare sulla base delle mie idee che ritengo vere e sincere senza sentirmi in colpa o accusato di conformismo
    2. certo non si può, credo, utilizzare il termine ‘floride’ per descrivere lo stato delle comunità della Carnia nemmeno se riferito al passato. Credo però che le tue valutazioni, sia sulla coesione sociale che le permeava che sulla struttura economica che si erano costruite, siano perlomeno superficiali. Sono temi particolarmente complessi, in particolare quello dell’emigrazione – un buon modo per approfondire il tema a livello macro piuttosto che a quello individuale, è leggere qualcosa di Leo Zannier
    3. dici che ‘ogni giorno siamo sottoposti ad almeno otto ore di interazione sociale forzata’: concordo, ed è esattamente quello che critico – la massimizzazione indotta (cioè forzata da altri, pertanto non voluta da me) dell’utilizzo del mio tempo verso attività che non portano alcun beneficio all’animo umano e di conseguenza a quello della comunità in cui vivo. E quando parlo di animo umano credo di poter affermare che detengo l’esperienza personale per farlo – ricordo il piacere del ‘rinfrescante anonimato’ che provai al vivere in grandi metropoli, ma è anche e ancora viva la sensazione di perdita del vivere collettivo che ne conseguì. Poi certo sappiamo tutti che vivere in piccole comunità non tutto è rose e fiori…

    Tutto sommato, credo che a differenza di quanto tu affermi, siamo liberi di scegliere la comunità in cui vivere, e soprattutto siamo liberi di decidere se contribuire o meno al suo benessere, se non addirittura necessariamente – spesso, e purtroppo – alla sua mera sopravvivenza. Certo, per fare ciò bisogna essere consapevoli e voler essere parte di una ‘comunità’ (organismo vivente) e non meramente della ’società’ (sommatoria di individui), due cose ben distinte.

    Infine, l’assicurazione: sappi che nel programma radio che conduco a Radio Onde Furlane non c’è spazio per omologazione o conformismo fittiziamente libertario, per la semplice ragione che con me ho David Casanova! La sua anima eretica è spina dorsale del programma, tu e gli altri ascoltatori probabilmente non l’avete ancora percepita solo perché sono riuscito a contenerla- a fatica e per ora, per il futuro non posso garantire!
    Grazie ancora per il tuo contributo. Maman!

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