Cultura senza trucchi

✍︎ Nasaccio ⊻

Mi prendo il rischio di non piacere e lo dico: se la cultura non può sopravvivere senza l’aiuto dello Stato, allora che muoia!

Perché, in fondo, di che cosa stiamo parlando? Di offerte predigerite a cui dovremmo aderire per amore della bellezza, quando in realtà interessano – e neanche così tanto – solo a quelli che le propongono.

Diciamoci la verità. A forza di voler piacere attirando lo spettatore – che nella mente del creatore è necessariamente un idiota anche se nessuno lo ammetterà mai, ma è questa l’essenza del pensiero asimmetrico che governa il rapporto tra l’iniziato e l’ignorante – hanno così semplificato l’offerta, l’hanno talmente svuotata di ogni sottigliezza che stiamo commettendo un terribile abuso di linguaggio continuando a chiamarla cultura.

Già questo dovrebbe bastare, ma c’è di peggio: perché con il sostegno finanziario arriva anche il desiderio di accontentare i benefattori.

Si tratta di un argomento tabù che sono sicuro scatenerà reazioni inconsulte da parte dei beneficiati. Ne ho avuto l’ennesima conferma poco tempo fa ascoltando una trasmissione radiofonica sul cinema in cui il conduttore, dopo aver letto il messaggio di un ascoltatore anonimo (orrore!) che osava dire che l’opera presentata puzzava di sovvenzione, autorizzava in un impeto di solidarietà il suo ospite a rispondere all’impertinente con violenza qualora l’avesse ritenuto necessario (torneremo su questo punto più avanti).

La risposta non si è fatta attendere e l’ospite ha ricordato con un misto di disprezzo e indignazione che i soldi provenivano dal Ministero della Cultura. Argomento considerato sufficiente per chiudere il dibattito.

Ebbene, io penso esattamente il contrario, e vi spiego perché.

In primo luogo, sono stupito che una persona autoproclamatasi di “sinistra” possa accettare così volentieri soldi dall’arcinemico governo di “estrema destra”.

Il denaro non ha odore e io sono un terribile complottista, ma trovo molto difficile credere che il denaro venga riversato a fiumi senza una contropartita. Il benefattore, e questo è il secondo punto, necessariamente ha un obiettivo, un’ideologia per la precisione, che vuole portare avanti. È così da che mondo è mondo, e in questo caso particolare esiste addirittura una parola per designarlo: soft power.

È interessante notare che per accettare la dissonanza cognitiva tra ciò che pensa e ciò che vive, il destinatario di fondi pubblici sviluppa una sorta di doppio riflesso pavloviano, da un lato l’inibizione del ragionamento induttivo e dall’altro – ma non è che l’altra faccia della medaglia – l’aggressività verso chi osa ricordare che nel migliore dei mondi possibili c’è un problema.

Questa aggressività, permettetemi di fare un po’ di facile psicologia, non è altro che l’energia spesa per respingere il conflitto interiore. Essa rimane, per così dire, sotto forma di energia potenziale, che aspetta solo un pretesto per uscire e dare sollievo all’anima.

Come si potrebbe spiegare altrimenti una reazione aggressiva da parte di una persona il cui credo è la “benpensanza”?

Sento che sto per essere crocifisso con la domanda fatale: che cosa proponi come alternativa?

Prima di tutto rispondo che questa domanda non ha senso, che serve solo a mettere alle corde l’avversario utilizzando una falsa logica, perché non c’è alcun nesso logico tra fare un’osservazione, una diagnosi e fornire una soluzione. Se viene diagnosticata una malattia pericolosa per la vita, non è perché non esiste una cura che la diagnosi è sbagliata.

E poi, per una volta, ho anche un abbozzo di risposta per i sedicenti artisti: ricordatevi ogni santo giorno che il semplice fatto di poter esprimere e “vendere” i vostri stati d’animo è un privilegio incredibile, ed è pertanto doveroso fare lo sforzo di entrare in sintonia con i vostri pensieri, vale a dire sviluppare quello che si chiama coraggio e dignità.

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