Cambiare per rimanere se stessi

✍︎ Piera Costantini ⊻

Chi è attivo sul territorio attraverso associazioni di promozione sociale o culturale si sarà ritrovato almeno una volta, davanti ai quattro gatti che hanno partecipato a un evento preparato con tanto impegno, a domandarsi: perché? dove ho sbagliato?

Il piacere della lamentela

Non so se sia sempre stato così, ma di sicuro oggi la lamentela è diventato lo sport più praticato nei nostri paesi. Ci si lamenta di tutto: della pioggia che cade e di quella che non cade, dei bar che aprono e di quelli che chiudono, dei turisti che mancano e di quelli che arrivano.

Ma la regina delle lamentele è che il paese è morto, nessuno fa niente o propone niente. Se però qualcuno si prende la briga di darsi da fare e di organizzare qualcosa o addirittura di avviare un’attività, allora scatta implacabile la lamentela su quello che fa o che non fa, sul come e il perché, arrivando nei casi estremi fino al vero e proprio boicottaggio.

È paradossale, ma non molto originale, in fondo succede così anche nelle famiglie: ci sono cose – a volte perfino case – che non interessano a nessuno e restano lì a fare muffa e a crollare, ma appena qualcuno manifesta un vago interesse allora acquistano immediatamente un nuovo status, diventano attraenti, nasce il dubbio che possano essere effettivamente di valore, e non sia mai che quel qualcuno possa trarne un beneficio. E poco importa se il beneficio non è personale ma collettivo: se l’iniziativa è di qualcun altro, per principio va stroncata.

Ancora più letale è l’indifferenza per tutto ciò che viene proposto e per tutti quelli che lo propongono, quell’arte sottile di far sentire le persone completamente trasparenti, fuori tempo e fuori luogo, indegne persino di una lamentela…

Perché lo fanno? Paura? Invidia? Altro di meglio a cui pensare?

Cambiare quello che si ama

Sul fronte opposto si verifica un altro tipo di paradosso. Quelli che prendono l’iniziativa – spesso forestieri – sono quasi sempre persone che apprezzano la tranquillità dei nostri paesi, il loro essere ancora genuini e un po’ fuori dal mondo, però si fanno in quattro per introdurre novità, organizzare eventi, far venire gente da fuori a goderne le bellezze, minacciando lo status quo che li ha fatti restare o li ha attirati fin lì.

Amano la natura selvaggia, e cercano di incrementare il turismo attrezzando i sentieri, organizzando escursioni e attività di wellness. Apprezzano il silenzio e la solitudine, e organizzano vivacissime giornate di giochi e sport. Sentono come proprie la cultura e le tradizioni della montagna, e propongono incontri di crescita personale e culturale basate su idee e pratiche che arrivano dalla città.

Perché lo fanno? Paternalismo? Presunzione? Masochismo?

Un difficile equilibrio

L’atavica inerzia delle genti di montagna è stata per secoli la forma più efficace di tutela del patrimonio naturale e culturale, ma adesso – piaccia o non piaccia – quel meccanismo non funziona più.

L’immobilismo di oggi non solo preclude qualsiasi possibilità di costruire un futuro, ma fallisce anche nel suo compito storico, quello di conservare e tramandare le conoscenze tradizionali. Perché i paesi si sono svuotati, i giovani se ne sono andati, e non c’è più nessuno a cui trasmettere questo patrimonio.

Ben vengano le numerose iniziative finanziate a livello nazionale e regionale per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale immateriale, ma la tradizione è materia viva, ha bisogno di relazioni umane, di scambi, di un terreno fertile da fecondare. Se no si riduce a un sacchetto di semi da custodire in una banca, o a un libro di ricordi del bel tempo andato da conservare in biblioteca: un reperto archeologico senza alcuna capacità di influire sulla vita reale delle persone.

Spendersi per avviare nuove attività, ampliare l’offerta sociale e culturale nei nostri paesi coinvolgendo – come professionisti o come fruitori – anche persone che arrivano da fuori non è presunzione né tantomeno mancanza di attenzione per la gente del posto. Al contrario, è un tentativo concreto di riattivare nelle nostre realtà una dinamica propositiva, capace di alzare lo sguardo e di posarlo al di là dell’io-qui-adesso.

E cercare di ottenere finanziamenti partecipando a bandi pubblici non è necessariamente “connivenza col nemico” come fanno intendere, più o meno ironicamente, tante persone che condividono la visione e lo spirito delle iniziative e la critica alla società dello spettacolo e del consumo, ma che non vogliono sporcarsi le mani.

Il boicottaggio, l’indifferenza, la voglia di restare “duri e puri” questa volta non basteranno per salvarsi, anzi saranno l’autostrada per far arrivare il cambiamento nella maniera più rapida, feroce e distruttiva.

Perché il cambiamento arriverà – è già arrivato – insieme alla tentazione del denaro facile. E allora è importante studiare, incontrare le persone, conoscere quello che succede nel mondo, essere curiosi e immaginare nuovi modi di vivere la montagna senza saccheggiarla, senza stravolgerla, senza svenderla al miglior offerente trasformandola in un luna park.

Bisogna avere idee chiare, nervi saldi e una comunità unita per prendere l’onda senza esserne travolti, per cambiare senza farsi cambiare. Anche a costo di qualche compromesso – concetto tanto vituperato in questi tristi tempi di massimalismo suicida, e tanto necessario all’umana convivenza.

⊻ Amministratore di Marimê e della Pro Loco Preone APS