Elogio della comfort zone (con divagazione)

✍︎ Piera Costantini ⊻

Dopo averci inflitto la resilienza, i cervelloni che influenzano le nostre vite hanno estratto dal loro cilindro una nuova parola d’ordine, la comfort zone ovvero la zona di conforto dalla quale, a loro giudizio, tutti dovremmo uscire.

Ormai la si sente usare ovunque e da chiunque, il fenomeno non è solo italiano ma globale (per lo meno nel cosiddetto Occidente collettivo). Un amico francese, che di mestiere fa il cuoco in una mensa aziendale, ci ha raccontato di come la responsabile del personale lo abbia invitato a uscire dalla sua comfort zone. «La mia vita non è mai stata confortevole» ci ha detto perplesso, «da che cosa dovrei uscire?».

Come per la resilienza, anche in questo caso è stato scelto un termine psicologico con un significato ben preciso e lo si è trasformato in uno slogan per veicolare un messaggio ideologico che può essere così sintetizzato: 1) se il mondo non ti piace e non stai bene, devi essere resiliente ossia star zitto e sopportare 2) se per miracolo il mondo ti piace e ci stai bene, devi assolutamente uscire dalla tua zona di comfort ossia abbandonare il tuo stato di benessere per rientrare quanto prima nel caso 1).

C’è qualcosa di perverso in questo meccanismo. D’accordo che in nome dell’inclusività – altra parola d’ordine usata e abusata – è stato sdoganato tutto, ma dubito che il sado-maso sia una base sana su cui costruire una società.

Coltivare la propria zona di conforto

Perché mai si dovrebbe uscire dalla propria zona di conforto? Per sperimentare qualcosa di nuovo, direte voi, per non chiudersi nella routine, per crescere e migliorarsi.

Ammesso e non concesso che queste motivazioni siano valide per tutti, non penso proprio che l’uscita da uno stato di benessere sia la strada giusta. È dove si sta bene che risiede il nostro io più autentico, e questo spazio interiore non va abbandonato per nessun motivo: va coltivato e ampliato, questo sì, ma rimanendo ben ancorati alla radice che ci dà nutrimento e che è diversa per ciascuno di noi.

Cambiare tanto per cambiare, muoversi solo per stare al passo coi tempi o per paura di essere considerato un fannullone o una persona senza ambizioni, di solito non produce risultati positivi e duraturi, ma piuttosto ansia e insoddisfazione – vero obiettivo di questo lavaggio del cervello: chi meglio di una persona ansiosa e insoddisfatta si presta a essere un consumatore ideale, socialmente controllabile e inoffensivo?  

Restare ben centrati nella propria zona di equilibrio e di benessere è essenziale per avviare un processo di autentica trasformazione, personale e sociale. Il punto di partenza dev’essere la comprensione di chi siamo, di quali sono i nostri talenti, del senso che vogliamo dare alla nostra vita.

Siamo noi che dobbiamo scegliere se e quando muoverci e in che direzione andare, la marcia forzata con un fucile puntato alla schiena è senza dubbio un’uscita dalla propria comfort zone, ma non è propriamente auspicabile.

Dal personale al sociale

Meccanismi analoghi sono attivi anche a livello sovrapersonale, particolarmente evidenti nelle cosiddette aree interne. Dopo il terrore/ismo pandemico, a partire dal 2021 è iniziato il bombardamento ideologico della ripresa e della resilienza, con annessa pioggia di soldi e obiettivi non sempre cristallini.

L’opportunità – tanto preziosa quanto pericolosa – di accedere a finanziamenti considerevoli rischia di far passare in secondo piano la reale utilità di determinate azioni per le nostre comunità.

La stessa pressione che viene messa sugli individui viene imposta ai potenziali destinatari di queste risorse, spinti a fare a tutti i costi qualcosa perché ci sono i soldi e non si può perdere l’occasione – peccato che i progetti siano blindati da rigide linee guida definite dall’alto e da lontano.

Anche in questo caso, fare tanto per fare, avviare progetti solo per stare al passo coi tempi o per paura di essere considerati amministratori incapaci, difficilmente produce risultati positivi e duraturi. Al contrario, certi interventi generano disaffezione, apatia se non vera e propria rabbia tra i residenti che si ritrovano a vedere lo spettacolo desolante di strade, sentieri, installazioni, impianti sportivi, centri di aggregazione aperti con finanziamenti pubblici e andati in malora perché non manutenuti oppure mai utilizzati per mancanza di utenti o per l’impossibilità/incapacità di gestirli. Cattedrali nel deserto, quando nei paesi mancano i servizi essenziali per la sopravvivenza.

Come per gli individui, anche per le comunità è più che mai necessario e urgente ritrovare il proprio centro, la propria radice, identificare qual è la propria zona di conforto, quella dalla quale non bisogna assolutamente uscire pena la perdita della propria identità, della propria ragion d’essere.

Questa ricerca della propria identità deve partire dall’interno di ogni comunità. Senza sminuire il lavoro prezioso degli studiosi, non può essere qualcosa che arriva da fuori, non può essere lo studio sociologico o un progetto di rilancio della montagna promosso da un’università o da un ente di ricerca a smuovere le coscienze.

Che fare, allora?

Il tema è complesso e richiede studio, approfondimento e tanta umiltà, mi permetto però un suggerimento su quello che potrebbe essere il primo passo di questo percorso di rinascita.

Amministratori: parlate alla vostra gente, andate nelle strade e nelle case e raccogliete umori e bisogni, aprite le porte dei municipi, invitate le persone a partecipare alle riunioni dei consigli comunali, spiegate con parole semplici il perché di determinate scelte. Spendetevi in prima persona per ricucire lo strappo drammatico che si è creato tra governanti e governati.

Come ha sottolineato il presidente di Marimê in occasione di un incontro a Forni Avoltri su “Montagna, comunità, agricoltura, turismo, ambiente. Per un ecosistema del benessere”, questa distanza è anche il frutto avvelenato di anni di propaganda antipolitica. Una propaganda, aggiungo io, che ha buttato fuori con violenza i cittadini dallo spazio della partecipazione democratica – obsoleta comfort zone da cui uscire in nome della libertà individuale – lasciandoli di fatto in balia di se stessi.

È ora di riprendersi questo spazio di partecipazione e di confronto. Ci sono tante persone che si impegnano ogni giorno con serietà e dedizione per le proprie comunità – politici, amministratori, imprenditori, volontari, semplici cittadini. È ora di ricominciare a parlarsi, discutere e agire insieme.

⊻ Amministratore di Marimê e della Pro Loco Preone APS

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