✍︎ Daria Segantini ⊻
Dopo un mese di pioggia, è crollato un altro pezzo della casa dei miei sogni.
A dire il vero, di case dei sogni in giro per i boschi ne ho tante, ma a questa sono particolarmente affezionata: è la prima che ho scoperto da quando ho iniziato a esplorare questi posti, quella che nella fantasia ho comprato e ristrutturato migliaia di volte, immaginandomi lì nelle notti silenziose a osservare il via vai degli animali che in tutte le stagioni lasciano le loro tracce nel prato sovrastante.
A ogni passaggio ho infilato un dono del bosco – un ramoscello, un fiore, una pigna – nel bicchiere rotto legato con il fil di ferro sotto a un santino scolorito, incastonato in una trave di legno. Una piccola offerta con la preghiera di proteggere quel luogo, e di farne ciò che era meglio per lui.
Per anni, davanti a ogni rudere, ho provato un senso di rabbia e di tristezza per l’abbandono, fantasticando su improbabili acquisti riparatori. Lo spettacolo di quei luoghi traditi, monumenti a una civiltà caduta sotto i colpi della modernità, mi ha sempre fatto soffrire.
Case, stalle, mulini ridotti a cumuli di macerie per che cosa, poi? Per fuggire da una vita dura ma autentica e ritrovarsi in una vita altrettanto dura ma senza senso, completamente scollegata dal cielo e dalla terra, da Dio e dagli uomini.
Negli ultimi tempi, però, il mio atteggiamento è cambiato. Davanti ai muri diroccati, ai tetti sprofondati adesso mi sento come davanti a un altare, in un luogo sacro, e provo come un sollievo, un senso di libertà.
Non sogno più di comprare rudere e terreno, e tantomeno vorrei che fosse qualcun altro a farlo. Non sia mai che arrivi il riccone di turno che nel weekend si rilassa nella sua casa ristrutturata in stile country eco-compatibile, circondata da un bel recinto col cartello “proprietà privata”. Dopo il sacrilegio della distruzione, il sacrilegio della ricostruzione!
Forse l’ultimo crollo è un segno che la mia preghiera è stata esaudita.
Forse il miglior destino per questi luoghi è che nessuno li tocchi, e che ritornino lentamente alla natura, frequentati solo dai vagabondi del dharma e dai vagabondi tout-court. Che rimangano lì affinché chiunque abbia abbastanza fiato per arrivarci e abbastanza coraggio per infilarsi tra rovi e macerie possa respirare liberamente il profumo della memoria.
E chissà che quel profumo non li aiuti a risvegliarsi dal torpore e a riprendersi quello che gli è stato rubato con l’inganno e la violenza.
Sì, sono sempre più convinta che questi muri colonizzati dai rampicanti, questi tetti da cui si vede il cielo siano luoghi privilegiati per la preghiera e il silenzio, dove sentirsi parte del flusso della vita che costantemente si trasforma: fratelli e sorelle del sole e della pioggia, degli alberi e dei fiori, delle pietre e della terra, di tutte le creature grandi e piccole che condividono con noi l’avventura dell’esistenza.



